Biografia

Giulio Aristide Sartorio (1860-1932). Apprende l’arte del disegno dal padre Raffaele e dal nonno Girolamo, scultori di una certa reputazione anche se di modesta fortuna. Si perfeziona, più che nella irregolare frequenza dell’Accademia, attraverso l’esecuzione di rilievi, copie e imitazioni da affreschi, mosaici, quadri e statue delle basiliche e dei musei romani. A questa formazione tradizionale si sovrappone la spiccata simpatia –in parte determinata da esigenze economiche che l’orientano ad una pittura in voga, di facile mercato- per il virtuosismo di Mariano Fortuny, ed esegue quadretti ed acquerelli di ambiente settecentesco. Con il dipinto Malaria (Cordova, Argentina, Museo), esposto a Roma nel 1882, si presenta sotto una veste rinnovata, volta ad accenti di verismo umanitario michettiano, ancora più evidenti in seguito, sotto la diretta influenza del maestro abruzzese, sia quando lavora alla pittura del paesaggio, sia quando si impegna negli studi di animali (con certa attenzione, anche, al Palizzi). Frequenta i circoli letterari della capitale , collabora a “Cronache Bizantine” e nel 1883 stringe amicizia con Gabriele d’Annunzio per cui illustra nel 1886 l’Isotta Guttadauro. Questo lavoro documenta i suoi interessi, più consistenti dal 1890, per la poetica preraffaellita, con particolare attenzione a Hunt, Millais, Madox Brown più che a Dante Gabriele Rossetti. Ne nasce la naturale adesione, nel 1893, al gruppo costiano In arte libertas. Tuttavia la scelta di una malintesa tradizione italiana come opposizione all’impressionismo, perché fondata sull’accademica minuzia della trama disegnativa, conduce l’artista ad una pittura di piglio grandioso, preoccupata di eleganze che non tardano a virare in senso “floreale”, e ridondante di quell’enfasi letteraria cui lo stimola la vena poetica dannunziana.
Il manifesto pericolo del suo allontanarsi dal cero per resuscitare una sorta di ellenismo eroico, è evidente sia dalle illustrazioni per Il Convito di Bosis che nel trittico Le vergini Savie e le vergini stolte (Roma, Museo del Roma), tanto che sia il Costa sia il Michetti cercano di distogliere Sartorio da quest’inclinazione esortandolo ad un viaggio in Inghilterra, che effettua, per conoscere direttamente il preraffaellismo. Nel 1889 si era recato con Francesco Paolo Michetti a Parigi, dove aveva esposto I figli di Caino, riscuotendo largo successo di critica. Ritornato in patria e ospite del Michetti  a Francavilla, si applica allo studio del paesaggio e degli animali, soprattutto in pastelli o in acqueforti e litografie di cui non esegue tirature. Tuttavia anche questa produzione è animata da un chiaro taglio decorativo, ricostruita com’è in studio, seppur con spunti dal vero, solo preoccupata di un realismo tutto esteriore. Presto ritorna al simbolismo estetizzante, epidermica rievocazione di contenuti e moduli classici, del dittico Diana di Efeso e gli schiavi, La Gorgone e gli eroi, 1899 (Galleria Nazionale d’Arte Moderna). Ma il lessico sartoriano sta flettendosi dagli stilemi preraffaelliti ad accentuazioni liberty, in parte dovute alla permanenza di quattro anni in Germania (1895-1899) come professore nell’Accademia di Weimar, su invito del Graduca Carlo Alessandro. Entra in contatto con i simbolisti tedeschi (Sera di primavera e Abisso verde, 1900; Piacenza, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi) e frequenta la casa di Nietzsche. Rientrato in Italia svolge una duplice attività, solo apparentemente antitetica ma in realtà abbastanza reciprocamente "legata"” quella di paesista, animatore con Coleman, Giuseppe Raggio e Onorato Carlandi del gruppo dei XXV della Campagna Romana, e l’impegno in grandi lavori di decorazione. La prima, cui è legata la sua fama maggiore, definitivamente consacrata dall’Esposizione di Venezia nel 1914 dove comparve con 80 tempere, ha per soggetto la campagna laziale e le paludi pontine. Del secondo aspetto sono documento i fregi allegorici in chiaroscuro per le Biennali veneziane del 1905 e del 1907, i lavori ornamentali per L’Esposizione di Milano, la decorazione simbolico-idealista dell’aula della Camera dei Deputati in Montecitorio (1908-1912) dove celebra la storia d’Italia dall’epoca dei comuni al risorgimento. Del secondo aspetto sono documento i fregi allegorici in chiaroscuro per le Biennali veneziane del 1905 e del 1907, i lavori ornamentali per L’Esposizione di Milano, la decorazione simbolico-idealista dell’aula della Camera dei Deputati in Montecitorio (1908-1912) dove celebra la storia d’Italia dall’epoca dei comuni al risorgimento.
Si impegna, addirittura, nel 1918, nella realizzazione di un film, Il mistero di Galatea, ed è sempre più impegnato nella sua attività di critico (aveva già scritto puntuali saggi anche su Dante Gabriele Rossetti e sui preraffaelliti), di autore di versi e prose; il poema drammatico Sibilla (Milano, 1920) costituisce un tentativo d’integrazione fra arte figurativa e letteratura, dacché versi, tavole, fregi, scrittura del testo, tutto è opera dell’artista. L’attività postbellica, oltre l’impegno per la decorazione della nuova cattedrale di Messina e le parentesi dei viaggi in Egitto, in Siria e in Palestina, aggiunge al già vasto repertorio del pittore un nuovo soggetto: le replicate immagini dei figli e della moglie, colte sulla spiaggia di Fregene con eleganza liberty e apparente verismo in cui persiste la netta traccia di reminiscenze preraffaellite e il sapore della diafana luce idealistica: Fregene (1917), Mattinata sul mare (1917 c.) e la Famiglia (1919), Si citano ancora le opere Natale di Roma e Autumnalia (Milano, Galleria d’Arte Moderna), Sull’isola sacra e Vittoria di Ostia (Trieste, Museo Revoltella), Alba sul Tevere a Fiumicino, 1903 (Venezia, Galleria d’Arte Moderna).
Insegna all’Accademia di Belle Arti romana sino al 1915 poi partecipa, volontario, alla grande guerra e ne illustra gli episodi bellici in 27 soggetti (Milano, Galleria d’Arte Moderna) il cui obiettivismo manifesta gli interessi del Sartorio per la fotografia e per la carica di astrazione della sua spietata oggettività.